IL MATRIMONIO A MILANO

La sua storia, tra organizzazione del matrimonio e burocrazia

Il matrimonio a Milano nel 1700, scopriamo quale percorso facevano nubili e celibi prima di arrivarci, e come affrontavano l’organizzazione del matrimonio stesso. 

Un’analisi di alcuni aspetti culturali e sociali che riguardano l’organizzazione del matrimonio nelle campagne del milanese in un periodo tra il 1700 e il 1800.

Punti cardine di questo percorso di organizzazione erano: la conquista della dote, i rapporti all’interno della famiglia e fra le famiglie, la scelta del promesso sposo o della promessa sposa.

Viene subito in evidenza una grande differenza con i giorni nostri. Oggi nessuno più pensa alla conquista della dote o alla scelta del promesso sposo o sposa, fatta da terze persone.

Di rilievo, comunque anche a quei tempi era il galateo e il bon ton, che proprio in quel periodo vedeva il suo affermarsi anche presso le classi di ceto medio.

Prima di tutto sono da capire ed approfondire alcuni aspetti legati alla storia stessa, ossia l’importanza che aveva assunto all’epoca la cerimonia religiosa, sancita dal Concilio di Trento.

In questo contesto, la cerimonia in chiesa rappresentava la legittimazione dell’unione della coppia, l’inizio di una nuova famiglia.

In qualsiasi caso, questa cerimonia era solo il punto di arrivo di un percorso ben più lungo e articolato.

Nel milanese poter organizzare il matrimonio senza troppe perdite di tempo era molto importante e fondamentale, soprattutto per le coppie di ceto popolare.

Infatti, solo coloro che erano sposati avevano potere decisionale all’interno della collettività.

 

La dote

Nel milanese era diritto delle ragazze avere o ottenere una dote. Questa dote veniva data alle ragazze stesse dalla propria famiglia, che nel corso degli anni accantonava somme di denaro per le figlie nubili.

Spesso, però, capitava che le fossero le ragazze stesse, lavorando, a crearsi la propria dote.

La dote era quasi sempre rappresentata in denaro o in beni mobili, in quanto nella campagna milanese la piccola proprietà contadina non esisteva e quindi era pressoché impossibile che le ragazze portassero in dote un appezzamento di terra.

Nella storia del matrimonio milanese c’è una figura alquanto fondamentale e particolare: il sensale.

Egli altro non era che colui il quale metteva in relazione la famiglia dello sposo con la famiglia della sposa.

Il suo servizio di mediazione veniva pagato con oggetti di valore, quali una camicia di seta e molto raramente in denaro.

Condizione fondamentale per il sensale era essere a conoscenza dell’ammontare della dote della futura sposa.

Questa informazione gli permetteva di trovarle un marito adatto.

Non tutte le famiglie, però, avevano la possibilità di dare una dote alle proprie figlie.

Esistevano diverse soluzioni, a tal proposito.

Una era richiedere un prestito ai proprietari terrieri, restituito poi con giornate di lavoro in più, da parte dei padri oppure presso la filanda, da parte delle ragazze stesse.

Un’altra soluzione era ricorrere alla beneficienza presso la parrocchia. Questa alternativa permetteva di accedere ai legati, quelle somme di denaro lasciate alla parrocchia stessa dai benestanti o dai sacerdoti.

A Milano, poi, esistevano degli enti che dotavano le fanciulle povere, e ai quali potevano rivolgersi anche i residenti in campagna.

La beneficenza dotale a Milano era considerata una delle forme di assistenza più nobile. Questa beneficenza permetteva alle ragazze di potersi sposare e ne tutelava l’onore.

 

L’ammontare della dote

Non esiste una certezza sul valore di questa dote. Si presuppone che, solitamente, fosse intorno o poco al di sotto di 100 lire imperiali.

Spesso questa cifra veniva accantonata ancor prima che si parlasse di organizzazione del matrimonio, e si facesse la conoscenza del futuro marito.

 

Il matrimonio: la conquista di un ruolo nella società

Sposarsi all’epoca, oltre a salvare l’onore, permetteva anche di ottenere una promozione sociale.

Infatti la differenza tra l’età adulta e la giovinezza non era tanto calcolata anagraficamente ma, bensì, dal fatto di essere sposati o meno.

Per le donne, nel milanese, sposarsi significava compiere una tappa significativa nella loro vita. La giovane sposa, però, rimaneva soggetta all’autorità degli altri componenti della famiglia.

Nelle campagne milanesi il matrimonio era celebrato nella parrocchia della sposa e poi si andava a vivere a casa dello sposo.

In questo modo, la sposa si trovava a dover, prima di tutto, essere accettata dalla famiglia dello sposo stesso e anche ad avere un ruolo subordinato rispetto alla suocera.

 

Conoscenza e burocrazia: l’organizzazione del matrimonio.

Fare conoscenza tra gli sposi, a volte, era un percorso semplice, perché facilitato dalla vicinanza o addirittura dal fatto che vivessero nello stesso cortile.

Altre volte invece era veramente molto complicato poter fare conoscenza.

I luoghi dove i giovani promessi sposi potevano incontrarsi e fare conoscenza erano, il più delle volte: la piazza, la chiesa, le vie del paese, ma anche le stalle e i cortili.

Ruolo fondamentale per la scelta del proprio futuro sposo o sposa, lo giocavano le famiglie, soprattutto quando i due giovani vivevano lontani e poche erano le occasioni di incontro tra i due.

La chiesa sosteneva la libera scelta, sempre però rispettando l’appartenenza culturale e sociale.

Infatti, ruolo fondamentale in tutto questo lavoro di organizzazione del matrimonio, inclusa la parte burocratica, lo giocavano i parroci.

Erano i parroci a supportare gli sposi nelle richieste dei documenti e spesso delle dispense matrimoniali, affinché il matrimonio avesse valore sia religioso che civile.

Le dispense erano richieste o per matrimoni tra consanguinei, o per minore età o anche di “sacro tempo”, che era una dispensa che si richiedeva quando ci si voleva sposare in un periodo proibito dalle norme ecclesiastiche. Questi periodi proibiti erano la Quaresima e l’Avvento.

Nel 1784 con l’attuazione dell’Ehepatent, viene introdotto il matrimonio civile e stabilisce la maggiore età a 24 anni. Questo limite viene cambiato nel corso degli anni facendolo oscillare tra i 20 e i 24 anni. Solo con il Codice Napoleon, si riportò la maggiore età a 24 anni.

Proprio per il motivo del livello della maggiore età a 24 anni molte erano le dispense matrimoniali per minore età richieste.

Se, nell’organizzazione del matrimonio, il parroco svolgeva un importante ruolo di intermediazione con le autorità civili, quale la pretura, e con quelle ecclesiastiche, la curia arcivescovile, non sempre questa sua opera di mediazione era ben vista dalle famiglie.

Nascevano problemi, soprattutto quando l’ingerenza del parroco o di un semplice sacerdote diveniva superiore a quella della famiglia, nell’organizzazione del matrimonio.

Si può quindi affermare che, da un lato la costituzione della dote e la scelta dello sposo (o della sposa) richiedevano tempi piuttosto lunghi, ma dall’altro si può sostenere che nel Milanese nel 1700, molte coppie ricorrevano a delle “scappatoie” per accorciare i tempi di attesa delle nozze, ricorrendo alla dote caritativa, alle dispense di minor età o a quelle di sacro tempo.

 

Emanuela – White Tulipa